Ad andare a ritroso con la memoria, viene alla mente una Pasqua lontana: una festa da celebrare in comunità, in famiglia, con gli amici, nel segno di una tradizione antica, che forse si sta perdendo per sempre.

La settimana santa era uno spettacolo per l’anima semplice: le campane mute, i sepolcri, la processione e l’attesa della resurrezione la domenica mattina, dopo la messa della mezzanotte, durante la quale, accoccolati su una sedia di paglia della parrocchia, dietro i banchi affollati da famiglie intere di fedeli o presunti tali, era facile addormentarsi durante la lunga rituale veglia solenne accompagnata da una predica lunghissima dal pulpito del monsignore, oppure durante la messa del mezzogiorno successivo, nella cappella delle suore dedicata alla Vergine Maria, un ambiente più raccolto, intimo ed accogliente col suo sepolcro e le insegne della via crucis lungo le pareti.

In ogni caso era il clima festoso il vero protagonista.

Dopo il preannuncio della domenica precedente con le palme innalzate al cielo nell’attesa della grande gioia del mistero del ritorno alla vita. 

Quella festa non si sente più, purtroppo.

La fede stemperata nella ricorrenza un po’ troppo dispersiva, in mano ormai ai maestri cioccolatieri, le ‘scampagnate’ fuori porta, ridotte a semplice reliquia di una civiltà contadina e pastorale dimenticata frettolosamente, il culto della cucina povera ridotto a mera curiosità gastronomica e non più luogo d’incontro amichevole, agape dissoltasi nel grigiore della banalità dei sentimenti.

Si fa ogni anno troppo lontana la bella Pasqua d’amore alla quale eravamo stati educati coltivando la speranza di un’umanità migliore, di rapporti non sclerotizzati che vivevano nella freschezza dei moti del cuore, per credenti e no.

Un evento sempre più rarefatto e forzoso, pallida testimonianza di un mondo che declina lentamente nel nulla.

Neppure la crisi economica, con le sue restrizioni nei consumi, riesce a farci percepire la bellezza spirituale, la spontaneità ed i senso del sacro di tempi lontani.

 

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Quinto Orazio Flacco è ancora il nostro maestro: sappiamo che questo grande autore classico mise in prima linea la libertà dell’uomo.la sua celebre frase carpe diem racchiude una profonda saggezza: carpere significa esercitare un elegante gusto per il piacere non esclusivamente materale e diem indica tutta la limitatezza della natura della persona, la sua fragilità nella temporalità del vivere, nella precarietà dell’esistenza.

Sfidare il fuggire del tempo ed avere il coraggio della morte, conquistando l’intensità ed il valore dell’attimo che scorre.

Dum loquimur, fugerit invida aetas…

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Apertasi il 16 marzo, Luce e poesia,la mostra di Mirò si protrarrà fino al 16 giugno prossimo, nella sala del Bramante, accordando al pubblico l’opportunità di ammirare 8o opere per la prima volta presenti in Italia.

Per Joan Mirò ogni creazione artistica celebra la nascita del mondo. Sarebbe un peccato rinunciare ad un evento che rinnova, tramite l’arte , la meraviglia dell’universo.

Mirò 3

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Saprai che non t’amo e che t’amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.

T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo.

Pablo Nerudafoto_bellezze_26

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Dal momento che non ho mai deliberatamente tormentato nessuno, non è giusto ch’io tormenti neppure me stessoaurelio-marco

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L’economista progressista Giuseppe Turani ha ragione.

E’ fin troppo semplice condividere le sue opinioni sulla tobin tax e sulla mania di tassare per salvarsi la pelle dalla crisi globale. E se la smettessimo di considerare il fisco come uno strumento di guarigione dalle magagne dei politici di professione ed anche di molti presunti e presuntuosi statisti e statolatri?

Abbiamo ancora sufficiente capacità critica da renderci conto che la demagogia e non la democrazia ci hanno condotto sull’orlo dell’abisso e che in nome della democrazia si continuano a commettere delitti irreparabili?

La Camusso prepara lo sciopero generale in nome della tassazione, la quale dovrebbe puntare sui ceti più ricchi, compresi gl’imprenditori. L’economia è agonizzante e la difesa dei meno abbienti punta a farli scappare per passare la mano magari allo stato partitocratico o onnipresente (perfino nelle fabbriche di panettoni), come se le esperienze fallimentari del passato non abbiano nulla da insegnarci.

Chi ci salverà dagli imbonitori?

La casta?Imbonitori

(Il quadro ‘Imbonitori’ è di Orlando Donadi)

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A Mme Lecomte du Noüy

Depuis hier soir, je songe à vous, éperdument.
Un désir insensé de vous revoir, de vous revoir tout de suite, là, devant moi, est entré soudain dans mon cœur. Et je voudrais passer la mer, franchir les montagnes, traverser les villes, rien que pour poser ma main sur votre épaule, pour respirer le parfum de vos cheveux.
Ne le sentez-vous pas, autour de vous, rôder, ce désir, ce désir venu de moi qui vous cherche, ce désir qui vous implore dans le silence de la nuit? Je voudrais, surtout, revoir vos yeux, vos doux yeux. Pourquoi notre première pensée est-elle toujours pour les yeux de la femme que nous aimons?
Comme elles nous hantent, comme elles nous rendent heureux ou malheureux, ces petites énigmes claires, impénétrables et profondes, ces petites taches bleues, noires ou vertes, qui, sans changer de forme ni de couleur, expriment tour à tour l’amour, l’indifférence et la haine, la douceur qui apaise et la terreur qui glace mieux que les paroles les plus abondantes et que les gestes les plus expressifs.
Dans quelques semaines, j’aurai quitté l’Afrique.
Je vous reverrai. Vous me rejoindrez, n’est-ce pas, mon adorée? vous me rejoindrez à …

GUY DE MAUPASSANT

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Un libro di Malamud è una garanzia per lettore. Da quando è scomparso si sente sempre di più la sua manncanza. La sottile ironia, il senso dell’umorismo, le radici yiddish sono un connotato ben riconoscibile nella sua prosa. E’ un grande scrittore come lo era Saul Bellow, a cui lo accomuno istintivamente anche se si tratta di due personalità diverse.

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Un approdo confortevole  e sicuro per i naviganti

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CALA_BRIGANTINO_1-293x186Tra i nostri aspiranti scrittori, viaggiatori ed esploratori, ve ne sono alcuni in grado di stupirvi per la loro innervata capacità di vedere quello che non c’è e di raccontarlo come se fosse vero.

L’affabulazione nasce da personalità corroborate da salde radici nella terra dello spirito, dall’umiltà, dall’ansia genuina di conoscere, dall’uso appropriato della lingua e dalla volontà di convivere con gli elfi in un mondo magico, dove l’intuizione regna sovrana accanto al genio. Per questo i veri talenti letterari saranno sempre pochi e molto spesso sono incomprensibili alle masse televisive e degli aficianados dei rotocalchi.

Non è con le piroette grammaticali, sintattiche e linguistiche, tutte volte ad epater les bourgeois che si coglie il bersaglio. Spesso questo in realtà si allontana e dopo i fuochi d’artificio, passata la festa, la puzza di bruciato si avverte per un bel po’ di tempo, in mezzo alla cenere degli scintillanti fuochi fatui.

E’accaduto a tale Rumiz, firma assai nota di un non meno noto quotidiano ad alta diffusione, venendo a costituire un’aggravante per l’autore, tentare l’inganno per i lettori poco attenti alla realtà più che ai giochi di prestigio e ai funambolismi.

Abbiamo sempre pensato che per conoscere un località e la sua storia, non basta affidarsi alle notizie riportate per sentito dire, né tantomeno ritenere oro colato il contributo degli amici, soprattuto se corregionali. E’ un vizio che affligge molti scrittori di prestigio, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Calabria al Veneto. Non ne è immune neppure il re dei bleuffer dell’industria culturale, l’ineffabile Umberto Eco.

Si ha un bel dire che siamo europei o internazionalisti e addirittura apolidi; ciò forse è vero per altri paesi, ma non per il nostro, dove su tutto sovrasta il campanile o la regione di appartenenza.

Chi te l’ha detto? Ah, beh! un mio caro amico, uno delle mie parti… Con simili allusioni avete indicato un facile lasciapassare con una risposta, a conti fatti, del tutto banale. Anzi, vi siete serviti di quel relata refero, che nei tribunali ordinari o no vi rende subito poco attendibili.

Ecco quel che è successo al detto Rumiz andando a visitare La Maddalena, come inviato speciale del mega-giornale di appartenenza, per un’inchiesta niente di meno sulle ‘Case degli spiriti’.

Intanto, all’incipit, con una prosa scoppiettante, ci rappresenta la materia storica, composta da pietre di granito, ben modellate dalla nascita del Regno Sardo–Piemontese, e dall’occupazione militare dei Savoia delle ‘isole intermedie’ nei confronti dei gallo-corsi, come una sorta di conquista  del Conte Dracula, cui adattare il’ Deserto dei Tartari’  dal quale l’articolista vorrebbe trarre linfa vitale e probità di stile, nonché congruità di argomenti e punti di riferimento, puntando a calare in un’atmosfera rarefatta ciò che allegorico non è per sua stessa sostanza.

Quelli che polemicamente vengono chiama Forti sabaudi sono strutture difensive, batterie e fortezze dei sardo-piemontesi, che risalgono, nella loro prima realizzazione addirittura al 1767 e ai tempi della Convenzione.

Il primo battesimo di fuoco come prima pietra miliare del grande progetto di una potente piazzaforte militare, che avrebbe cambiato il suo volto ed i suo destino, La Maddalena, infatti, l’ ebbe col tentativo di accerchiamento dell’allora luogotenente Napoleone Bonaparte, il quale fallì nel tentativo di annettere la Sardegna alla Francia rivoluzionaria, grazie alla pronta ed efficace risposta del nocchiero Domenico Millelire e dei suoi volonterosi adepti, tra i quali il pilota Rossetti, nel respingere nelle acque dell’Isola di S. Stefano gli assalti del nemico, dal Forte di Balbiano, il 22 – 23 febbraio 1793 …

Un’impresa che valse all’eroe isolano  la prima medaglia d’oro della Regia Marina.

Altro che Punta Rossa, come ama rappresentare, nel suo servizio, il nostro inviato speciale, la fatiscente versione della  fortezza Bastiani del capolavoro di Dino Buzzati.

A Punta Rossa in verità, con il forte, realizzato  tra i vari insediamenti, vi sono caserme ed alloggi, utilizzati anche in tempi relativamente recenti come teatro di esercitazioni di vario tipo dalla Marina, fino a poco tempo prima della loro dismissione dal demanio militare. Ed oggi frequentatissima da turisti  c’è la stupenda Spiaggia del relitto (per il fasciame semi- sommerso di un vecchio bastimento mercantile).

Ma non è questa l’unica incertezza  del racconto, che ambirebbe ad essere definito poetico, immaginifico, un po’ decadente ed icastico, ma pur sempre di elevato livello letterario.

Capiamo certamente che i voli pindarici sono l’esatto contrario della precisione cronachistica, anche se gli articoli si riconducono tutti alle dimore perdute sparse per l’Europa ed altrove.

Un tour tra i fantasmi del passato qui, nonostante il pur sempre vitale Compendio garibaldino, il Centro d’ascolto ed osservazione dei delfini, la Scuola di vela più prestigiosa d’Europa e la rinata ‘Pineta di Cala Garibaldi’, prossima al mare, finalmente restituita all’uso pubblico con le svariate baie e calette di Caprera,  appare poco o punto pertinente.

Se spiriti ci sono nell’Isola dell’Eroe dei due mondi, questi sono ispirati dalla natura e dalla vegetazione, dal mare con i suoi ricordi e dalla energia rigeneratrice delle sue correnti, dai mille profumi della macchia mediterranea , dal vento che ripulisce da tutte le scorie ogni angolo di roccia.

In realtà, il nostro maturo boy- scout ha voluto imitare scrittori di spessore come il citato Buzzati o D’Annunzio e magari Hemingway, ma non c’è riuscito.

Descrive con consumata ambiguità le caratteristiche del luogo dove sorge il Centro Velico, ricavato negli hangar  e sulle banchine della vecchia Marina militare, ancora solidi e resistenti al tempo, ormai son passati decenni, a testimonianza che tutto si rinnova e non muore, mentre è possibile raggiungere traguardi ambiziosi ed invidiabili, anche a dispetto della classe dirigente miope o intorpidita o adagiata sugli allori militari con le sue rendite di posizione assicurate alla popolazione ormai ab immemorabili.

Il Nostro accenna alle eoliche escursioni tra i graniti, le insenature, gli alberi , sebbene non convinca molto il resoconto di un repentino avvicendarsi di tramontana, libeccio e grecale, volendo magari semplicemente far intendere che siamo al cospetto di un marinaio provetto, oltre che di uno storico attento e non presuntuoso.

Egli afferma pure nel diario della giornata che nelle librerie o biblioteche della cittadina non ci sono pubblicazioni riguardanti i vari fortilizi presenti un po’ dappertutto e sbaglia.

I ”Forti dell’Arcipelago”,   pubblicato nel 1995, a cura dell’architetto Cianchetti, sotto l’egida della presidenza del Consiglio,   costituisce tuttora  un aureo libretto, molto ben concepito e documentato, un ormai celebre piccolo scrigno di notizie preziose per tutti, in particolare per chi voglia apparire come colui che ha capito l’anima profonda di una terra unica,  contrassegnata da vicende umane e sociali inconfondibili.

Chi con serietà di studioso e amore da neofita ha voluto entrare nella dimensione speciale dell’Arcipelago maddalenino, l’ha fatto con costante umiltà e  genuino candore, con delicatezza e un riguardo estremo per la gente ed i luoghi visitati, con un atteggiamento rispettoso nel timido tentativo di alzare il velo di un mistero non  del tutto svelabile.

Dall’Ammiraglio Garelli, non uno spettro, ma personaggio di spicco, intellettualmente vivace, che si colloca tra i primi storiografi  della Maddalena, all’acutissimo Mario Soldati, all’indomabile ribelle Oriana Fallaci, e tanti altri, più o meno illustri viaggiatori, senza pregiudizi né superstizioni, né furberie od opportunismi, fino all’indimenticabile e nobilissima Gin Racheli, scrittrice soavissima, perspicace e minuziosa di ogni anfratto e scopritrice dell’aura, che aleggia dalle colline ai boschi, alle spiagge, al mare e agli abissi, che accolsero (altro che attesa senza seguito…del nemico!), nella seconda guerra mondiale, i generosi marinai della’ Roma’ , vittime sacrificali dell’immane tragedia delle nostre forze armate, a sigillo di una temperie culturale e morale e di una lunga serie di avvenimenti carichi di emozioni e sentimenti elevati, nient’affatto dimenticati, ma gelosamente custoditi nella mente della gente semplice. Un  patrimonio complesso e diversificato, che dalla sua nascita segna il destino di una delle località strategicamente più importanti dell’Occidente, una delle perle del Mediterraneo sotto i più svariati punti di vista.

Non basta affermare, purtroppo, come fa l’elegiaco narratore del grande quotidiano, che le sparate di mirto (?) nell’ atmosfera incantata di Caprera, sono sensuali (!) e che si fa visita all’antica Osteria di Lio’ per persuadere il colto e l’inclita di esser penetrati nell’intimità, nel cuore e nel carattere di una comunità e farsi ritenere credibili per poter essere infine adottati  dalla comunità locale…

Adelante con juicio avrebbe suggerito qualcuno, prima di avventurarsi  in descrizioni improbabili di ciò che non si conosce a fondo.

Alla fine della lettura, non sapremo neppure che cos’è stato il sistema delle fortificazioni, eretto tra il 1767 al 1806, dopo il 1887 e tra la prima e la seconda guerra mondiale nel Nord della Gallura, per il nostro paese: neanche una piccola consolazione per i più curiosi di storia patria.

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